Dalle mascherine all'aerazione dei locali: i consigli della Scienza per prevenire il coronavirus

In vista dell'inverno e con l'aumento dei contagi, aumenta la preoccupazione. Le ultime ricerche in materia per capire cosa fare per proteggersi.

repubblica.it/salute/2020/10/06/news

IL PROBLEMA: condividere l'aria con eventuali infetti. La soluzione realistica: areare il più possibile, creare correnti d'aria, usare filtri d'aria, distanziarsi e proteggersi con le mascherine. Sul coronavirus e il contagio via aerea si vanno moltiplicando gli interventi e le precisazioni sulle riviste scientifiche. Ma ora, da questo lunedì, dopo il singolare dietrofront di metà ottobre, i CDC, Centers for Disease Control and Prevention, il più importante organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti, dichiarano che, specialmente in spazi chiusi senza adeguata ventilazione, la trasmissione per via aerea avviene e la causa sarebbe la maggior concentrazione del virus che potremmo respirare. Le minuscole goccioline e particelle che fluttano nell'aria per minuti e persino ore, avrebbero così un loro ruolo nella pandemia.

Due settimane fa nelle FAQ (domande frequenti) presenti sul sito dei CDC nella domanda "Come si diffonde Covid-19?" era apparso, per la prima volta, che il coronavirus si trasmette "nel modo più comune" attraverso "la respirazione di goccioline (droplets) o piccole particelle, come quelle in aerosol, prodotte da una persona infetta quando tossisce, starnutisce, canta, parla o respira. Queste particelle possono essere inalate nel naso, bocca, vie respiratorie e polmoni causando l'infezione". E si aggiungeva: "C'è una crescente evidenza che droplets e particelle aeree possono rimanere sospese nell'aria ed essere respirate da altri e viaggiare oltre i due metri (per esempio quando si canta in un coro, nei ristoranti o nelle palestre). In generale ambienti interni senza una buona ventilazione aumentano i rischi". Questa risposta era rimasta sul sito per un week end, dal venerdì; il lunedì era stata ripristinata la precedente risposta che parlava solo di droplets, raccomandando il distanziamento di sei piedi (1,8 metri). I CDC affermarono che l'informazione era stata pubblicata per errore. Ora la nuova versione, o inversione.

L'inverno al chiuso

Il British Medical Journal, il 18 ottobre, se ne era accorto subito segnalando il caso. Il problema sarebbe stato quella specificazione sul "modo più comune" che si poteva interpretare come la "principale modalità di trasmissione". No: sono le gocce più grandi emesse quando qualcuno infetto tossisce, starnutisce, canta, parla o respira il principale veicolo della diffusione virale. Ma ora si aggiunge, sotto il titolo "Covid-19 può talvolta essere trasmesso per via aerea": «Alcune infezioni possono essere diffuse a causa dell'esposizione al virus in piccole goccioline o particelle che possono restare nell'aria per minuti o ore. Questi virus sono capaci di infettare persone anche a distanze maggiore dei due metri o dopo che la persona infetta ha lasciato il locale. È chiamata trasmissione via aerea ed è una importante via con cui tubercolosi, morbillo e varicella si diffondono». Occorre precisare che la TBC è provocata da un batterio e non da un virus come morbillo o varicella. La spiegazione poi continua: "Esistono evidenze che in certe condizioni, persone con Covid-19 abbiano infettato altri che stavano oltre 1,8 metri di distanza. Tali trasmissioni avvengono in spazi chiusi che hanno una ventilazione inadeguata. Talvolta le persone infette respiravano pesantemente, per esempio mentre cantavano o facevano esercizi fisici". Sarebbe una questione di concentrazione maggiore del virus tale da essere trasmesso ad altri. Ciò sarebbe avvenuto quando lo spazio era condiviso ma anche quando la persona con CoVid-19 aveva appena lasciato il locale chiuso.

Il freddo

Il Bmj, nel primo articolo di due settimane fa, giustamente ricordava le implicazioni di tutto questo nel momento in cui si entra nella stagione invernale con maggiore presenza in locali chiusi. Jose-Luis Jimenez, un chimico professore all'Università Colorado Boulder, ha ricordato un caso emblematico accaduto a marzo nello stato di Washington in un corso di coro. Le prove di canto al chiuso hanno prodotto l'infezione su 53 dei 61 componenti del coro dopo aver cantato insieme per due ore e mezzo. "Gente che stava distante 50 piedi (oltre 15 metri) dalla persona che era contagiosa si è infettata".

Nelle FAQ dell'Istituto Superiore di Sanità, Epicentro, la risposta alla questione della trasmissione è netta: "La modalità di contagio preminente ad oggi è relativa alla trasmissione del virus attraverso le goccioline di saliva emesse da persone infette con la tosse, gli starnuti o parlando. Questa accertata modalità di trasmissione si esaurisce in circa un metro di distanza". Per poi continuare: "ad oggi non ci sono evidenze scientifiche della permanenza del nuovo coronavirus nell’aria al di là delle distanze di sicurezza menzionate sopra in condizioni normali, ovvero in assenza di sistemi che producono aerosol che invece possono trovarsi in ambiente ospedaliero nell’assistenza a pazienti Covid-19". Comunque esistono studi, si affretta a chiarire l'ISS. Un ultimo su Jama Internal Medicine da parte dell'University of Georgia e la trasmissione aerea in locali chiusi. I ricercatori hanno studiato un'epidemia di CoVid-19 in una comunità cinese ricollegandola ad un paziente che avrebbe diffuso il virus ai colleghi sul bus attraverso il sistema dell'aria condizionata. Ye Shen, professore associato in epidemiologia e biostatistica all'UGA College of Public Health e i colleghi nello studio hanno seguito le tracce dell'epidemia arrivando a due bus, finestrini chiusi e aria condizionata, su uno dei quali aveva viaggiato il paziente infetto. La gran parte di passeggeri di quel bus è risultata contagiata. E non erano solo quelli seduti vicini al paziente. Considerazioni dell'epidemiologio: serve una buona areazione/ventilazione e l'uso delle maschere in ambienti chiusi.

Soglie delle droplets

In tale situazione arriva anche una lettera su Science di cinque importanti ricercatori statunitensi, prima firmataria Kimberly Prather, chimico atmosferico all'University of California San Diego. "C'è un urgente bisogno di armonizzare la discussione circa le modalità di trasmissione del virus tra le diverse discipline per garantire le migliori strategie di controllo e realizzare chiare e consistenti linee guida per il pubblico". La discussione riporta alla distinzione tra aerosol e droplets (goccioline) usando la soglia dei 100 micrometri. Non quella storica dei 5 micrometri, aggiungono gli specialisti nella lettera. I 100 micrometri separerebbero il comportamento aerodinamico delle goccioline: al di sotto di tale soglia il virus rimane nell'aria anche per ore. Per capire ancora meglio: le famose polveri sottili, PM10 per esempio, sono nell'ordine e inferiori ai 10 micrometri. La distinzione riguarda il comportamento delle goccioline aeree emesse da un infetto: le gocce di virus più grandi in pochissimi secondi cadono a terra, quelle più piccole, nebulizzate (aerosol) possono galleggiare e viaggiare in aria da vari secondi a ore e possono quindi essere inalate da altri anche relativamente lontani. Infettano persone vicine ma anche distanti oltre due metri. "Altamente più probabile essere infettati da aerosol che spruzzati da droplets", scrivono i ricercatori. Le autorità di salute pubblica - è l'appello della lettera - devono dare indicazioni chiare sulla mobilità all'esterno e all'interno dei locali, migliorando la ventilazione interna e la protezione dei lavoratori ad alto rischio.

Misure drastiche?

Molti specialisti invocano (già in luglio anche un commento su Clinical Infectious Diseases ) misure preventive assai più rigide. In Italia hanno sollevato per primi a questione i medici Giampaolo Mezzabotta e Claudio Marra, entrambi con larga esperienza in Paesi dove epidemie da virus e batteri si combattono da sempre. Da inizio aprile i due medici hanno creato, con il contributo di Fabrizia Del Greco, anche lei project manager di ong in Africa, un luogo di informazione su Facebook con una pagina chiamata “Aria nuova - L’importanza del ricambio d’aria nei locali".  https://www.facebook.com/Apriamolefinestre/
 

La posizione dell'Oms

È così evidente che in stanze non areate, dove sostano diverse persone senza mascherina, le possibilità di contrarre il virus si moltiplicano. L'Organizzazione Mondiale della Sanità lo afferma: le persone devono evitare "spazi chiusi e ristretti con poca ventilazione. Radunarsi all'aperto quando è possibile". La mascherina fa, ovviamente, la differenza. Anche se non è la panacea. Sul sito della Federazione Ordine dei Medici è ben spiegato e ripetuto: esistono due tipi di mascherine, quella chirurgica e la N95. La prima "concepita soprattutto per proteggere non tanto chi la sta indossando, quanto le persone che stanno intorno (...) L’altro tipo di maschera, N95, è un dispositivo di protezione più sofisticato, che dovrebbe riuscire a filtrare almeno il 95% delle particelle sospese nell’aria, inclusa l’eventuale presenza del coronavirus (...) ma in realtà entrambe le tipologie presentano una serie di criticità. Sul New Scientist, ad esempio, si legge che anche nella migliore delle ipotesi “indossare una mascherina può aiutare, ma non garantisce una protezione totale”. I respiratori N95, inoltre, non possono essere utilizzati da individui che hanno la barba o dai bambini». Ma la ricetta attuale e realistica è la seguente: maschera (N95 meglio), distanza, ventilazione, filtri d'aria.

Voli sicuri?

E proprio sui filtri d'aria un articolo apparso sulla rivista Jama riguardante la sicurezza dei voli aerei durante la pandemia ha fatto discutere. La conclusione sarebbe: i rischi di contrarre il Covid-19 durante un volo aereo è minore rispetto alla permanenza negli uffici, nelle aule scolastiche, al supermercato o nei treni dei pendolari.

L'aria negli aerei entra ed esce in cabina in prossimità delle varie file rendendo difficile la trasmissione di particelle respiratorie tra le file. Inoltre il flusso d'aria è assai più veloce rispetto a quello esistente in un normale edificio: metà proviene dall'esterno, metà è riciclata attraverso i filtri HEPA, gli stessi utilizzati nelle camere operatorie. Se un passeggero rimane seduto e fermo quasi impossibile avere un contato faccia-a-faccia con altri passeggeri durante il volo. Nonostante il gran numero di passeggeri, risultano assai bassi i casi confermati di trasmissione: 42 in totale negli Usa. In Cina, analogo studio sui treni ad alta velocità ne ha confermati 2300, 0,3% di tutti i passeggeri. Indossare la maschera è la cosa migliore da fare. Inoltre lavarsi o disinfettare frequentemente le mani ed evitare di toccarsi il viso. Così l'articolo su Jama. Ma i commenti sono stati assai critici: non tutti gli aerei hanno i filtri HEPA, solo quelli dal 1990; il distanziamento tra passeggeri è insufficiente e non c'è obbligo per la mascherina; nei voli di più ore si fornisce cibo e così la mascherina si toglie.

C'è anche chi, un ingegnere specializzato in ventilazione, contesta l'efficacia, in caso di starnuto, tosse o parlato, proprio della ventilazione in cabina. Altri segnalano che gli aerei nella realtà sono diversi da quelli "ideali", che i filtri HEPA sono posizionati solo in alcuni luoghi e a volte alcuni oggetti ne ostruiscono il buon funzionamento, spesso non sono in funzione durante tutta la fase del boarding, la manutenzione non è sempre corretta, non tutti gli HEPA filter sono uguali e di altissima qualità.

Una curiosità arriva dallo studio apparso su Physical Review Fluids che riguarda il flusso d'aria provocato dalla normale conversazione quotidiana, considerato una via di trasmissione. Ricercatori della Cornell university hanno capito che l'articolazione delle consonanti come P o B porta la emissione di saliva e muco ad almeno un metro di fronte a chi le pronuncia. In un ulteriore esperimento i ricercatori hanno dimostrato che un ordinario burro di cacao sulle labbra riduce le goccioline contenute nel flusso emesso dal parlato.

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